Flash Art Volumes 002 - CRISIS FORMALISM
Per il suo secondo numero, Flash Art Volumes ha invitato Michael Abel e Nile Greenberg dello studio di architettura ANY con sede a New York come guest editors. Hanno intitolato questa edizione "Crisis Formalis". Se riconosciamo che l'architettura è a un punto di svolta, in cui la forma, una volta immediata e vitale, rischia di dissolversi in una foschia di crisi proliferanti, allora il momento richiede un ripensamento fondamentale della forma stessa, non come risultato della crisi ma come la sua stessa causa. La crisi ha a lungo turbato l'architettura: modernisti, postmodernisti, decostruttivisti e parametricisti hanno dichiarato uno stato di emergenza in cui la disciplina vacillava. Tuttavia, rimane una domanda ricorrente del ventesimo secolo: l'architettura può agire politicamente in risposta alla crisi, sia che si tratti di alloggi, identità civica o cambiamenti tecnologici? Le crisi di oggi, tuttavia, sono impigliate in complessità più ampie. Il mondo contemporaneo è definito da ciò che il filosofo francese Edgar Morin ha definito "polycrisis", una rete di emergenze interconnesse che confondono sia le strutture istituzionali che i quadri architettonici ereditati. Mentre l'architettura una volta aspirava a generare un significato stabile, il vortice odierno di sconvolgimenti economici, ambientali e politici ha minato tale presupposto. In risposta a ciò alcuni si ritirano dall'architettura per dedicarsi alla politica, alla finanza o alla logistica dei materiali. Eppure, invece di diminuire la potenza culturale dell'architettura, queste sfide invitano a un rinnovato impegno con la forma. "Crisis Formalism" propone che la forma, spesso ridotta a mera espressione estetica, possa diventare il luogo in cui la crisi è contenuta, concentrata e trasformata in nuove possibilità architettoniche. Quali sono quindi le implicazioni formali della crisi? Storicamente, le crisi hanno plasmato le forme architettoniche in modi profondi. Prendiamo ad esempio il Kaiping Diaolou nel Guangdong, in Cina: una rete di oltre 1.800 torri fortificate emerse dall'intersezione di diverse crisi: incursioni di banditi, carestie stagionali, migrazioni forzate, sconvolgimenti economici e scambi interculturali. Costruite tra il 1900 e il 1931, queste strutture combinavano caratteristiche difensive (muri fortificati, ingressi sopraelevati) con influenze stilistiche occidentali, riflettendo le identità ibride dei lavoratori cinesi di ritorno che avevano dovuto affrontare politiche di esclusione all'estero. Queste strutture incarnavano la crisi come una forza architettonica, dimostrando come molteplici interruzioni si combinano per generare nuove forme. "Crisis Formalism" si basa su una duplice premessa: in primo luogo, che la forma architettonica ha perso la sua immediatezza e risonanza; in secondo luogo, che le crisi contemporanee richiedono più di soluzioni reattive. Se gli architetti affrontano le crisi in modo isolato, siano esse geopolitiche, finanziarie o ambientali, i progetti si sgretolano sotto il peso delle loro interdipendenze. Morin avverte che il pensiero frammentato e riduzionista produce una cecità che lascia l'architettura complice delle stesse crisi che cerca di mitigare.
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